Ergonomia lean e alluminio strutturale in produzione

Linea produttiva lean con postazioni ergonomiche in alluminio strutturale LPM GROUP

Ergonomia e lean: quando il corpo smentisce i KPI

La narrativa ufficiale è semplice, la fabbrica diventa lean, si digitalizza, i KPI migliorano. La realtà quotidiana è molto meno lineare. Layout stravolti in poco tempo, linee riconfigurate in corsa, mix produttivo più complesso, nuovi codici inseriti dove c’era già poco spazio. In mezzo, gli operatori: persone in carne, ossa e colonna vertebrale, non avatar nei report di produzione. Se il corpo non viene considerato nella progettazione delle attrezzature, il sistema inizia a produrre costi che nei dashboard non si vedono subito, ma che si accumulano: microfermate, tempi ciclo instabili, infortuni muscolo scheletrici, ricorso cronico agli straordinari per compensare colli di bottiglia che nessun MES sa spiegare fino in fondo. In una manifattura che pretende di definirsi davvero lean, l’ergonomia non è un tema di cortesia verso il personale, è una variabile strutturale del processo, sullo stesso piano di OEE, scarti e lead time.

Postazione di assemblaggio ergonomica in alluminio strutturale con operatore in postura corretta
Una postazione ergonomica ben progettata riduce i MUDA e aumenta la produttività reale.

Spaghetti chart e MUDA: la radiografia dei difetti di ergonomia

La spaghetti chart, presa da sola, sembra un esercizio da consulente con pennarelli colorati. In realtà, quando è costruita su turni reali e non su scenari ideali, diventa una radiografia impietosa di come lavorano davvero persone e materiali. Tracciare il percorso di un operatore durante un turno non mostra solo gli sprechi di movimento, rende visibili tutte quelle micro incongruenze ergonomiche che, sommate, logorano il corpo e la produttività.

Se osserviamo una fabbrica che si dichiara lean con questa lente, nella maggior parte dei casi emergono pattern ricorrenti:

  • postazioni che obbligano a camminare continuamente per recuperare componenti, utensili, documenti
  • percorsi che incrociano muletti, AGV o altre linee, con continue interruzioni e riallineamenti
  • aree di picking collocate lontano dal punto in cui il componente viene realmente montato
  • carrelli improvvisati, senza logica di frequenza d’uso, peso o sequenza di prelievo

I MUDA classici del mondo lean, se li guardiamo dal punto di vista del corpo umano, diventano ancora più espliciti:

  • muda di movimento, che si traduce in torsioni, allungamenti, piegamenti continui
  • muda di trasporto, dove la distanza fisica tra materiale e punto di utilizzo è pura fatica aggiuntiva
  • muda di attesa, spesso generato da postazioni che non supportano cambi rapidi e setup puliti
  • muda di difetti, alimentato da errori di presa, distrazione da affaticamento, etichette non leggibili in posizione corretta

È precisamente in questo punto che l’alluminio strutturale diventa interessante: non come “oggetto bello” per sistemare l’estetica del reparto, ma come strumento per tradurre in geometrie fisiche ciò che la spaghetti chart e l’analisi ergonomica mostrano in modo brutale.

Ergonomia industriale: non “più comodo”, ma misurabile

Se riduciamo l’ergonomia alla frase “così l’operatore è più comodo”, abbiamo perso subito la partita. In ambito industriale l’ergonomia ha senso solo se entra nell’area del misurabile, cioè se riusciamo a legarla a criteri e parametri concreti. La buona notizia è che questi criteri esistono e sono noti da anni, la cattiva è che raramente vengono applicati con coerenza sui banchi e sulle postazioni reali. Quando si progetta una postazione, un tecnico dovrebbe ragionare almeno su alcuni parametri base:

  • altezza del piano di lavoro, in relazione all’altezza dell’operatore e al tipo di lavorazione
  • angolo di flessione del tronco tollerabile, soprattutto nei compiti ripetitivi di lunga durata
  • range di raggiungibilità ottimale per mani e braccia, dove collocare i componenti più usati
  • frequenza dei movimenti, con metodo RULA, REBA o equivalenti per valutare il carico biomeccanico
  • forza richiesta per spingere, tirare, sollevare, tenendo conto di pesi, attriti, pendenze

In una postazione ben progettata i componenti che l’operatore tocca decine di volte all’ora vivono nel cosiddetto campo di lavoro ottimale, vicino al corpo, senza costringerlo a torsioni o flessioni profonde. Quelli meno frequenti vengono relegati in aree secondarie ma comunque sicure. Qui entra in gioco l’alluminio strutturale: grazie alla sua modularità e alla facilità con cui si regolano altezze e inclinazioni, consente di trasformare questi principi biometrici in assetti concreti, regolabili in modo fine, verificabili anche dopo il collaudo.

Postazioni di assemblaggio: progettare a partire dal gesto

Se guardiamo molte postazioni di assemblaggio tradizionali, si capisce subito da dove sono partite: dallo spazio disponibile, da un rettangolo vuoto in pianta e da un banco “standard” da riempire alla meglio, incastrando attrezzature, contenitori e strumenti dove capitava. L’approccio corretto è esattamente l’opposto. Si parte dal gesto, dal ciclo operativo reale, non dalla pianta del reparto e nemmeno dal catalogo dei banchi già a magazzino. Un tecnico che vuole progettare in modo serio una postazione di assemblaggio dovrebbe prendersi il tempo di osservare, misurare, filmare e scomporre la realtà operativa, quasi come se facesse analisi del movimento in laboratorio: studiare sequenze, pause, esitazioni, punti di fatica, traiettorie delle mani e dello sguardo, fino a capire dove il corpo collabora con il processo e dove, invece, gli si sta chiedendo uno sforzo inutile che nel lungo periodo diventa costo, errore o infortunio.

  • sequenza delle operazioni, con particolare attenzione a dove il ciclo rallenta
  • mani impegnate, verificando quando è possibile liberarne una e quando no
  • pattern di presa, rotazione, posizionamento, avvitatura, con relativi ingombri
  • strumenti utilizzati, dal semplice cacciavite agli avvitatori con coppia controllata
  • criticità di qualità, cioè dove gli errori si concentrano e perché

Su questo scaffolding analitico l’alluminio strutturale diventa una lingua estremamente duttile. Con profili, staffe e guide è possibile:

  • creare cornici che definiscono il campo di lavoro con precisione millimetrica
  • inserire bilanciatori per avvitatori che tolgono carico a spalle e braccia
  • posizionare contenitori su piani inclinati, portandoli nella zona di presa ideale
  • integrare colonne telescopiche per passare da lavoro seduto a lavoro in piedi
  • ospitare monitor e HMI su bracci regolabili in altezza, distanza e rotazione

L’effetto non è solo una postura migliore. È una riduzione delle variabilità di tempo ciclo generate dalla fatica, quindi una maggiore affidabilità del takt time.

Carrello modulare per picking in alluminio strutturale in magazzino lean
Logistica interna più fluida grazie a carrelli ergonomici modulari in alluminio strutturale.

Alluminio strutturale vs ferro saldato: cosa cambia davvero

La domanda “perché non continuiamo a saldare tubolari di ferro come abbiamo sempre fatto” è legittima, soprattutto in officine e reparti dove quella soluzione ha accompagnato l’azienda per decenni e viene percepita come robusta, conosciuta, quasi “naturale”. Finché non si entra nel merito, l’alluminio strutturale può sembrare un vezzo o una complicazione inutile. Ma nel momento in cui si analizza con onestà il comportamento reale delle strutture lungo tutto l’arco di vita dell’impianto, non solo al momento dell’acquisto, le differenze diventano molto concrete: si vedono nei tempi di modifica, nella flessibilità quando cambia il layout, nei costi di manutenzione, nel modo in cui le attrezzature accompagnano l’evoluzione del mix produttivo invece di frenarla. Se allarghiamo lo sguardo dal “quanto costa costruirla oggi” al “quanto mi costa mantenerla, adattarla e tenerla sicura per dieci anni”, il quadro si ribalta. È su questo orizzonte temporale che l’alluminio strutturale, usato con criterio e progettato bene, inizia a mostrare il suo vero valore. Dal punto di vista tecnico e operativo, infatti, l’alluminio strutturale offre:

  • peso ridotto, che facilita montaggio, spostamento, regolazione e riutilizzo
  • modularità reale, perché il profilo nasce per essere tagliato, giuntato, riadattato
  • resistenza alla corrosione superiore a molte strutture verniciate che, con urti e graffi, perdono protezione
  • precisione dimensionale compatibile con guide, rulliere, lineari, sistemi di posizionamento fine
  • integrazione semplice con pannelli di protezione, sensori, cablaggi, accessori

Dal punto di vista di calcolo, un profilo correttamente dimensionato regge senza problemi carichi significativi. Serve ovviamente che il progettista prenda sul serio:

  • momento d’inerzia della sezione, in funzione della luce da coprire
  • schema reale di vincolo, evitando di progettare in laboratorio una struttura che in stabilimento viene montata diversamente
  • componenti dinamiche dei carichi, soprattutto in presenza di urti, frenate, avvii bruschi

Il nodo non è materiale “morbido” contro materiale “duro”, è progettazione seria contro improvvisazione. Un telaio in alluminio progettato e dimensionato con competenza è più sicuro, più flessibile e più sostenibile di un telaio saldato “come si è sempre fatto” che non potrà più essere modificato senza tagliare e rifare.

Banchi ergonomici: stabilità, regolazione, integrazione

per scontato, come se bastasse “un piano e quattro gambe” per risolvere il problema. In realtà è uno dei punti di contatto più continui e delicati tra il corpo umano e il processo produttivo, il luogo dove postura, forza, precisione e ripetitività si incontrano per ore ogni giorno. Se il banco è sbagliato, ogni ciclo si porta dietro una micro quota di stress inutile, una rotazione in più del busto, un piegamento eccessivo, un allungamento del braccio oltre la zona sicura. Singolarmente sembrano dettagli trascurabili, ma moltiplicati per turni, settimane e anni diventano fatica cronica, perdita di qualità, tempi ciclo instabili e, nei casi peggiori, infortuni e idoneità lavorative ridotte.

Quando entriamo nel merito progettuale, il banco smette di essere un oggetto statico e diventa un vero sottosistema della linea. Un banco ergonomico progettato con alluminio strutturale non è un semplice tavolo più “bello”, ma una piattaforma tecnica che può essere configurata, regolata, estesa, integrata con attrezzature, strumenti, illuminazione e dispositivi digitali. È un’infrastruttura che segue l’evoluzione del prodotto, dei metodi e delle persone, invece di bloccarla. Proprio perché nasce modulare, può essere adattato nel tempo, raffinato sulla base dei dati di produzione e dei feedback degli operatori, mantenendo coerenza meccanica e sicurezza. In questa logica, un banco serio non “ospita” il lavoro, lo abilita. Può e deve integrare in modo coerente:

  • una portata dimensionata sul tipo di lavorazioni (montaggi leggeri, medi, pesanti)
  • una regolazione in altezza che permetta di adattarsi alle persone e ai compiti
  • superfici specifiche per il prodotto, con inserti, rulli, fermi, protezioni locali
  • una “scena tecnica” fatta di pannelli forati, bracci, luci, portadocumenti, che riduce il caos visivo
Ingegneri progettano postazioni ergonomiche modulari in alluminio al CAD
L’ergonomia industriale nasce da una progettazione rigorosa che unisce CAD, officina e dati di campo.

L’aspetto interessante è che il banco smette di essere “una volta per tutte”. L’alluminio strutturale consente cambiamenti incrementali, raffinamenti successivi, micro miglioramenti che nascono dai feedback degli operatori. Si crea una specie di DNA modulare del banco, che può evolvere nel tempo seguendo il prodotto, invece di costringere il prodotto ad adattarsi a una struttura rigida.

Carrelli di picking: ergonomia in movimento

Se guardiamo alla logistica interna con onestà, il carrello è spesso il punto in cui l’approccio lean si schianta sulla pratica quotidiana. Carrelli tutti uguali, materiali caricati “come viene”, percorsi decisi al volo, livelli di carico senza logica di peso o frequenza di prelievo. Risultato, operatori che spingono più del dovuto, si piegano in basso per recuperare pezzi pesanti, ruotano il tronco in continui cambi di direzione. Un carrello di picking progettato in modo serio, con una struttura modulare in alluminio, diventa invece un pezzo fondamentale del layout. Perché lo diventi davvero, deve considerare con cura:

  • l’altezza dei ripiani, con attenzione maniacale a dove vengono messi i componenti più pesanti
  • la larghezza e la profondità in relazione alle corsie e agli spazi di manovra disponibili
  • sistemi di contenimento che evitino cadute di materiale e riposizionamenti forzati
  • maniglie disegnate per ridurre torsioni di polso e carico su spalle e dorsale
  • l’integrazione con etichette, codici a barre, QR e dispositivi di lettura

L’alluminio strutturale permette di creare carrelli “tipologici”, cioè attrezzature pensate non come pezzi generici da usare ovunque, ma come estensioni logiche di una famiglia di prodotti, di una singola linea o addirittura di un percorso specifico tra magazzino, supermarket interno e isola di assemblaggio. Ogni carrello può essere progettato con geometrie, altezze, portate e sistemi di contenimento coerenti con quel flusso preciso: componenti piccoli e numerosi, kit premontati, imballi vuoti da riportare indietro, materiali pesanti che richiedono punti di presa sicuri. In questo modo la struttura non è più “un carrello con le ruote”, ma un elemento di ingegneria del processo, dimensionato sulla realtà e non sull’abitudine.

In una logica kanban matura, questo salto di qualità è decisivo, perché il carrello smette di essere un oggetto neutro e diventa l’unità fisica del segnale. Il suo stato comunica, a colpo d’occhio, ciò che succede nel flusso: quando il carrello è pieno, il materiale necessario per la fase successiva è realmente pronto; quando è vuoto o parzialmente rientrato, il sistema visualizza immediatamente il bisogno di reintegro, senza costringere nessuno a inseguire informazioni disperse tra cinque schermate diverse, tre telefonate e un foglio Excel stampato. Il risultato è un linguaggio comune tra produzione, logistica e pianificazione, che passa anche da un oggetto semplice, ma progettato con rigore.

Lean intralogistics: supermercati, percorsi e milk run

La logica del supermercato interno e del milk run funziona solo se lo spazio fisico la sostiene. Non basta decidere che “faremo il giro ogni 30 minuti”, se scaffalature e punti di consegna sono frutto di accumuli storici. Con l’alluminio strutturale, il reparto può costruire davvero un’intralogistica lean, lavorando su tre livelli:

  • scaffalature supermarket, con rulliere a gravità che portano il materiale verso il fronte di prelievo, alla giusta altezza
  • percorsi dedicati di milk run, con corsie chiare, larghezze coerenti e punti di arresto codificati
  • punti di prelievo standardizzati, che rendono immediatamente leggibile cosa è in stock e cosa no

Dal punto di vista ergonomico, tutto questo si traduce in un cambio molto concreto nel modo in cui il corpo attraversa lo spazio di lavoro: meno attraversamenti casuali di corsie “improvvisate”, meno sollevamenti da pavimento con la schiena piegata, meno rotazioni forzate del tronco per raggiungere bancali e contenitori messi dove capitava. L’operatore non è più costretto a “negoziare” ogni passo, scansando ostacoli, magazzini volanti e carrelli abbandonati, ma si muove all’interno di un ambiente che ha una logica leggibile, con percorsi chiari, punti di prelievo definiti, altezze ragionate. È esattamente la differenza tra lavorare in un magazzino che si è formato per sedimentazione, strato dopo strato di soluzioni temporanee mai riviste, e muoversi in uno spazio che è stato progettato come parte del processo, dove la disposizione fisica di scaffali, carrelli e supermarket interni non è un effetto collaterale, ma una scelta deliberata per proteggere la schiena, la testa e il tempo di chi ci lavora ogni giorno.

Digitalizzazione della postazione: ergonomia dei dispositivi

La trasformazione digitale ha portato in reparto una quantità di hardware: monitor, HMI touch, tablet, lettori, stampanti di etichette. Molto spesso questi dispositivi vengono fissati dove c’è un po’ di spazio, con bracci improvvisati o supporti universali che non sono stati disegnati per quel contesto. Strutture in alluminio, progettate con attenzione, permettono di fare il contrario, cioè partire dal corpo e dai flussi digitali per decidere dove e come vivere hardware e cavi. Con profili e giunti dedicati è possibile:

  • montare bracci porta monitor che rispettino distanza e angolo consigliati per la vista
  • posizionare touch screen in modo che la mano li raggiunga senza forzare polso e spalla
  • dedicare mensole e alloggiamenti a scanner, tablet, stampanti, evitando “nidi di cavi” instabili
  • integrare canalizzazioni ordinate per cablaggi, che riducono il rischio di inciampi e danni ai dispositivi

In questo modo la digitalizzazione smette di essere un “layer appiccicato sopra” alla postazione e diventa parte integrante della sua architettura ergonomica.

Protezioni antinfortunistiche e postazioni ergonomiche intorno a una linea automatica
Quando ergonomia e sicurezza dialogano, le linee automatiche diventano davvero produttive e sostenibili.

Ergonomia, sicurezza e protezioni: integrare invece di sommare

Qui si apre un capitolo che tocca in modo diretto il posizionamento industriale di LPM GROUP, perché entra nel cuore del suo DNA tecnico. Nelle linee automatiche, per anni, la sicurezza è stata trattata come un “post-it normativo” da applicare alla fine, un insieme di vincoli successivi da rispettare solo dopo che layout, attrezzature, banchi, carrelli e percorsi erano già stati decisi sulla base di esigenze produttive e vincoli di spazio. Prima si disegna “come far andare la linea”, poi si chiede al progettista sicurezza di metterci attorno griglie, barriere, interlock, ripari. In questo schema, inevitabilmente, la protezione è percepita come qualcosa che toglie, che limita, che impedisce, non come parte integrante dell’architettura produttiva.

Il risultato, nei reparti reali, si vede benissimo: protezioni che intralciano i movimenti più frequenti, varchi di accesso posizionati dove è stato possibile e non dove avrebbe senso, punti di intervento manutentivo che costringono l’operatore a piegarsi, allungarsi o contorcersi per fare il proprio lavoro, percorsi di passaggio che si restringono nei punti cruciali, ripari che vengono “aggirati” nella pratica quotidiana perché rendono troppo scomode operazioni inevitabili. La macchina è a norma sulla carta, il layout “funziona” nel simulatore, ma il corpo delle persone paga il prezzo dell’integrazione mancata tra sicurezza, ergonomia e flusso. In molti casi, la conseguenza è un paradosso: per rispettare alla lettera la prescrizione normativa, si creano situazioni operative poco sostenibili, che nel tempo spingono a comportamenti borderline, forzature, piccoli compromessi quotidiani che indeboliscono proprio quella sicurezza che si voleva garantire.

Un approccio più maturo, quello su cui LPM GROUP può giocare il proprio ruolo distintivo, ribalta completamente la sequenza logica e il modo di lavorare. Protezioni e alluminio strutturale non vengono più progettati in due mondi separati, ma diventano parte dello stesso progetto, condiviso fin dall’inizio. Questo significa che il progettista di sicurezza e il progettista di attrezzature stanno letteralmente allo stesso tavolo, davanti allo stesso layout, discutendo degli stessi gesti, degli stessi flussi e degli stessi vincoli. Si ragiona contemporaneamente su distanze di sicurezza, percorsi, zone di carico e scarico, campi di lavoro ergonomici, accessi manutentivi, integrazione con carrelli e supermarket di linea. In questa prospettiva, l’alluminio strutturale smette di essere solo “materiale per banchi e telai” e diventa il ponte fisico che lega protezioni, postazioni e logistica interna; e proprio grazie a questa integrazione diventano finalmente possibili soluzioni molto più pulite, coerenti e robuste nel tempo:

  • zone di carico e scarico integrate nella protezione, dove l’operatore può lavorare in postura corretta restando fuori dalla zona di rischio
  • percorsi fisici guidati per carrelli e pallet, in cui barriere e strutture definiscono un flusso sicuro e leggibile
  • aree di intervento manutentivo pensate per chi dovrà entrarci davvero, non solo per superare l’audit

L’alluminio strutturale, combinato con sistemi di protezione progettati con competenza, permette di costruire “corridoi ergonomici” attorno alle macchine, dove rispetto della norma e rispetto del corpo dell’operatore coincidono, invece di confliggere.

 

Prototipazione rapida: dalla carta alla struttura in poche settimane

Nella pratica industriale, il fattore tempo è spesso ciò che condanna i buoni propositi ergonomici a restare sulla carta, archiviati nella cartella “quando avremo un attimo”. La percezione, molto radicata in officina come in direzione, è che riprogettare postazioni e attrezzature significhi entrare in un tunnel infinito di disegni, approvazioni, fermi macchina e costi, un’impresa straordinaria da affrontare solo in momenti eccezionali, magari in occasione di un grande revamping di linea. Questo fa sì che anche criticità evidenti vengano tollerate per anni, perché “per sistemarle ci vorrebbe mezzo progetto nuovo”. Qui la combinazione tra alluminio strutturale e metodo organizzato può cambiare radicalmente il quadro, trasformando la riprogettazione da intervento traumatico a processo gestibile, iterativo, quasi fisiologico, che convive con la produzione anziché bloccarla. Se si accetta di lavorare per passi brevi ma ben strutturati, un ciclo di prototipazione serio, ma snello, può articolarsi così:

  • osservazione sul campo e raccolta di criticità, con operatori e responsabili di reparto
  • definizione di uno scenario target, tradotto in schizzi e primi modelli CAD
  • assemblaggio rapido di un prototipo fisico in alluminio, direttamente in officina
  • collaudo in condizioni reali, con piccoli aggiustamenti in tempo quasi reale
  • validazione finale e trasformazione del prototipo in standard replicabile

Il punto chiave è che il prototipo non è tempo perso. Diventa il primo elemento di una libreria interna di soluzioni, un oggetto che codifica geometrie, quote, step operativi, le rende condivisibili tra linee, stabilimenti, persino tra plant diversi.

Coinvolgere gli operatori: dati tecnici e memoria muscolare

L’ergonomia industriale che ignora la voce degli operatori è un’operazione sterile, elegante sulla carta e fragile nel reparto. Chi sta otto ore su una postazione sviluppa una memoria muscolare finissima, nota quali movimenti rallentano, quali fanno male, quali diventano insostenibili dopo alcune settimane. Un progetto guidato da un player tecnico come LPM GROUP può e deve usare questa memoria come dato di progetto, non come lamentela a posteriori. In concreto significa:

  • strutturare interviste e momenti di confronto in cui gli operatori possano descrivere il lavoro senza filtro
  • osservare turni interi, non solo dimostrazioni ideali davanti al visitatore
  • proporre modifiche provvisorie, anche con elementi temporanei, per verificare subito se l’ipotesi ergonomica è corretta
  • raccogliere feedback dopo l’introduzione delle nuove strutture, misurando non solo OEE, ma anche fatica percepita e qualità della vita lavorativa

La modularità dell’alluminio rende questi cicli di prova e correzione non solo possibili, ma economicamente sensati. Non serve “sopportare” una postazione sbagliata per anni, si interviene, si riadatta, si migliora.

Roadmap di implementazione: dal pilota allo standard di fabbrica

Arrivati a questo punto la domanda naturale è: da dove si parte, concretamente. Non esiste una bacchetta magica, ma esiste un modo per trasformare teoria ergonomica, lean production e tecnologia in un percorso praticabile, che non paralizza il reparto e non resta confinato in un progetto pilota eterno. Una roadmap credibile di introduzione di attrezzature ergonomiche in alluminio strutturale, integrata con la logica lean, può svilupparsi per “onde successive”, ognuna con un obiettivo chiaro e misurabile:

Selezione di una linea pilota ad alto impatto, in cui problemi ergonomici, inefficienze e infortuni siano già visibili nei fatti e nei numeri.

  • Analisi integrata di flow chart, spaghetti chart, tempi ciclo, infortuni e assenze per cause muscolo scheletriche, così da collegare postura, flussi e produttività.
  • Progetto ergonomico dettagliato di postazioni, banchi, carrelli, supermarket di linea, verificando fin dall’inizio l’integrazione con le protezioni esistenti o da riprogettare.
  • Realizzazione e installazione delle nuove attrezzature in alluminio strutturale, con fase di collaudo svolta insieme agli operatori che le useranno ogni giorno.
  • Misurazione dei risultati, confrontando OEE, tempi ciclo, errori di qualità, indicatori HSE e feedback degli operatori prima e dopo l’intervento.
  • Standardizzazione intelligente, che trasformi il progetto pilota in linee guida interne e in una libreria di moduli riutilizzabili, non in un unicum irripetibile.
  • Roll out controllato su altre linee, adattando i moduli, migliorando gli standard e capitalizzando ciò che il pilota ha insegnato, invece di replicarlo in modo rigido.

In questa logica il ruolo del fornitore cambia completamente. Non si limita a consegnare componenti, ma contribuisce a costruire insieme al cliente un sistema di attrezzature ergonomiche e lean che diventano parte del patrimonio industriale dell’azienda, al pari delle macchine e dei layout.

Vista dall’alto di linea automatica con postazioni ergonomiche in alluminio e protezioni LPM GROUP
LPM GROUP progetta layout ergonomici in cui sicurezza, lean e alluminio strutturale lavorano finalmente nella stessa direzione.

Il ruolo potenziale di LPM GROUP: da fornitore a architetto del layout ergonomico

LPM GROUP porta in dote un patrimonio di competenze sulle protezioni antinfortunistiche per linee automatiche che pochi attori sul mercato possono davvero rivendicare senza esagerare. Vuol dire non solo conoscere in profondità normative, distanze di sicurezza, categorie di arresto, performance level e tutta la parte formale delle regole, ma anche avere dimestichezza con il comportamento reale delle macchine quando lavorano al limite, con le abitudini delle persone in reparto, con le scorciatoie che vengono prese quando un layout è progettato male. Questa esperienza, costruita su impianti diversi e contesti produttivi eterogenei, è un capitale tecnico che diventa estremamente potente nel momento in cui viene innestato nel tema delle attrezzature ergonomiche in alluminio strutturale per manifatture lean, dove servono soluzioni fluide, riconfigurabili, ma allo stesso tempo intrinsecamente sicure. A quel punto il posizionamento di LPM GROUP cambia letteralmente di scala: non stiamo più parlando di un semplice fornitore di profili, telai o banchi “su misura”, ma di un soggetto in grado di leggere il reparto come un sistema unico, in cui protezioni, postazioni, carrelli e percorsi devono dialogare tra loro. In altre parole, non è più solo un vendor di componenti, bensì un vero architetto del layout ergonomico, capace di:

  • leggere una linea produttiva dal punto di vista di sicurezza, flusso e fatica umana
  • progettare sistemi integrati di protezioni, postazioni, carrelli e supermarket interni
  • dialogare con HSE, ingegneria di produzione, manutenzione e direzione in modo tecnico e credibile

In un contesto in cui molte aziende dichiarano di volere più produttività, più flessibilità, più digitalizzazione, il vero differenziale competitivo si gioca nei dettagli che nessuna brochure mette in copertina: altezza di una mensola, posizione di un monitor, geometria di un carrello, possibilità di regolare una postazione in mezz’ora senza fermare la linea.

L’alluminio strutturale, usato con metodo, diventa lo strumento per intervenire proprio su quei dettagli. E LPM GROUP può essere il soggetto che trasforma questi interventi in un linguaggio industriale coerente, in cui ergonomia, lean e sicurezza non litigano più tra loro, ma iniziano finalmente a lavorare dalla stessa parte.

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Chi siamo

LPM GROUP SPA è pecializzata nella progettazione di sistemi di sicurezza, rispondiamo alla crescente domanda di soluzioni affidabili per macchine utensili e automazione industriale. I nostri prodotti includono protezioni, barriere, dispositivi antinfortunistici e sistemi di sicurezza personalizzati. LPM Safety si distingue per l'attenzione alle esigenze dei clienti e per l'innovazione costante dei propri processi produttivi.

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